sabato 30 maggio 2009

CINEFORUM_GIUGNO '09_CENTRO DI DOCUMENTAZIONE POPOLARE

Tutti i Venerdì a partire dalle ore 21.30
Via Magalotti, 20 - Orvieto

Programma:

05/06/09
"Antifasciste attitude" +
"Dalla Russia con odio"
(I movimenti neonazisti nella Russia di Putin)

12/06/09
"Freaks" di Tom Bowning ,1932
(Il mostruoso godimento della rivincita)

19/06/09
"Il pianeta verde" di Colin Serreau, 1996
(Pratiche antiche per possibilità future)

26/06/09
"Il gobbo del quarticciolo" di Carlo Lizzani, 1960
(Quando le regole ti scalzano, la scelta è una sola: divenire il Gobbo)

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giovedì 28 maggio 2009

DOPO 35 ANNI

28 MAGGIO 1974_BRESCIA
8 MORTI E 103 FERITI


LA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA:
I NEOFASCISTI COLPIRONO TRA LA FOLLA PER SEMINARE IL TERRORE E PRECIPITARE IL PAESE NELLA GUERRA CIVILE.
LA STRATEGIA DEL “PARTITO DEL GOLPE” NELLA PRIMA META’ DEGLI ANNI ‘70

Dopo quattro istruttorie e due iter giudiziari, conclusisi, fra il 1979 e il 1989, con un nulla di fatto. L’unica condanna fu in primo grado, il 2 luglio 1979, nei confronti di Ermanno Buzzi (all’ergastolo) e Angelino Papa (dieci anni e sei mesi). Buzzi, alla vigilia del processo d’appello, dopo aver dichiarato di “voler parlare”, fu assassinato, il 13 aprile del 1981, nel “super-carcere” di Novara, a nemmeno quarantotto ore dal suo arrivo dall’istituto penitenziario di Brescia, su disposizione del Ministero di grazia e giustizia. A strangolarlo nel cortile, durante l’ora d’aria, Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, due fra i massimi esponenti del terrorismo nero. La sua sentenza di morte era stata pubblicata il mese precedente su “Quex”, il foglio di collegamento dei neofascisti incarcerati, stampato a Parigi con l’aiuto di neonazisti francesi, e fatto circolare nello stesso carcere di Novara. Difficile pensare che chi ordinò il suo trasferimento ne fosse totalmente all’oscuro.

GLI IMPUTATI Con l’accusa di aver materialmente partecipato all’ideazione e all’organizzazione della strage comparirebbero ora sul banco degli imputati alcuni fra i principali dirigenti del gruppo neonazista di Ordine nuovo, divenuti in questi ultimi anni assai noti alle cronache giudiziarie, grazie alla riapertura di diverse inchieste sulle “stragi nere”. I nomi ancora una volta quelli di Delfo Zorzi, all’epoca a capo della cellula di Mestre, oggi cittadino giapponese, condannato all’ergastolo in primo grado per la strage di Piazza Fontana, poi assolto; di Carlo Maria Maggi, il “reggente” di Ordine nuovo nel triveneto, processato, senza esito, per la strage del 12 dicembre alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e per quella davanti alla questura di Milano, il 17 maggio 1973. Con loro alla sbarra, in questa occasione, anche Maurizio Tramonte, militante di Ordine nuovo, ma per sua stessa ammissione soprattutto confidente del Sid con il nome in codice di “fonte Tritone”. Carlo Digilio, l’”armiere” del gruppo e depositario di tutti i segreti della struttura clandestina dell’organizzazione, i cui interrogatori avevano consentito di riaprire l’inchiesta, non figurerà invece tra gli imputati E’ deceduto qualche mese fa. Nel corso di questa inchiesta erano anche stati indagati un’altra quindicina di personaggi la cui storia si è spesso intrecciata con molti episodi della “strategia della tensione”. Tra loro, Pino Rauti, già nell’immediato dopoguerra discepolo di Jiulius Evola e partecipe ai primi gruppi clandestini neofascisti, poi fondatore di Ordine nuovo; Mario Di Giovanni, uno dei più noti squadristi milanesi degli anni ’70; Guérin Sérac, prima nelle Waffen-Ss, poi nell’organizzazione terroristica francese Oas, successivamente al servizio della Cia, animatore a Lisbona della finta agenzia di stampa “Aginter Press”, uno degli snodi organizzativi dell’eversione di destra a livello internazionale; l’ex-generale dei carabinieri Francesco Delfino, capitano nel nucleo operativo di Brescia nel 1974.

LA STRAGE La mattina del 28 maggio 1974 a Brescia, sotto un cielo cupo e piovoso, alle 10 e 12 minuti, nel corso di uno sciopero generale cittadino di quattro ore, indetto da Cgil, Cisl e Uil, congiuntamente al Comitato permanente antifascista, in risposta alle ripetute violenze fasciste, mentre in Piazza della Loggia da pochi minuti stava parlando il sindacalista della Cisl Franco Castrezzati, scoppiò una bomba posta in un cestino per i rifiuti, sul lato est, sotto i portici. I morti furono 8 e 103 i feriti. La piazza era già colma di gente, più di 2.500 le persone presenti, ancora in attesa di due dei quattro cortei previsti. Incerta rimase sempre la natura e la quantità dell’esplosivo. Accadde infatti che alle 11,45, a poco più di un’ora e mezza dallo scoppio, senza nemmeno attendere l’arrivo del magistrato incaricato, la piazza venne lavata dai vigili del fuoco con pompe idranti, su decisione della questura, disperdendo i reperti dell’ordigno esplosivo. A nulla false una successiva ricerca nelle fogne. Ancor prima, nessuno, quella mattina, si era dato pensiero di controllare le cassette metalliche portarifiuti distribuite nelle piazza e sotto i portici, nonostante le forze di polizia sostassero fin dalle 8,30. I netturbini, dal canto loro, avevano provveduto al loro svuotamento tra le 6,45 e le 7,00. Solo il palco era stato controllato dal vice-questore Aniello Diamare, incaricato di dirigere il servizio di ordine pubblico. Eppure una serie impressionante di attentati aveva colpito, nei mesi precedenti, la Lombardia, l’Emilia e la Toscana. Il 28 marzo in Piazza Maspero a Varese lo scoppio di un ordigno aveva ucciso, poco prima dell’apertura del mercato, un ignaro fiorista, e, proprio a Brescia, il 19 maggio Silvio Ferrari, un giovane neofascista, era saltato in aria con il suo scooter mentre trasportava una bomba ad alto potenziale. Silvio Ferrari, figlio di una famiglia agiata, era già a 21 anni un esponente di primo piano dell’estrema destra bresciana. Aveva avuto legami con Anno zero, la reincarnazione di Ordine nuovo dopo il suo scioglimento nel 1973. Diverse le sue amicizie anche fra i sanbabilini. Rimase dilaniato, in Piazza del Mercato, alle tre e cinque di notte, dallo scoppio di una bomba che, in previsione di un altro attentato, stava trasportando sulla pedana della Vespa 125 “Primavera” del fratello Mauro. L’ordigno era composto da un chilo di tritolo e da nitrato di ammonio, già con il detonatore elettrico innescato ed il congegno ad orologeria. Sul suo corpo, alla cintura, venne ritrovata una fondina vuota e a tre metri una Beretta 7,65 con caricatore e il proiettile in canna. A poca distanza alcune copie bruciacchiate della rivista “Anno Zero”. Nella stessa notte, quasi contemporaneamente, un auto, targata Milano, con quattro fascisti a bordo finì inspiegabilmente schiantata contro un muro all’angolo fra Via Villa Glori e Via Milano. Il guidatore morì. Anche in questa circostanza nell’auto furono ritrovate copie di “Anno Zero”. Ai funerali di Silvio Ferrari, comparve, a firma “I camerati”, una corona di fiori con l’ascia bipenne, simbolo prima di Ordine nuovo, poi di Ordine nero. Sarà proprio a seguito della sua morte che, il 22 maggio, il Comitato permanete antifascista e Cgil, Cisl e Uil, nel quadro dell’escalation terroristica e delle indagini sul Mar (il Movimento di azione rivoluzionaria), indiranno lo sciopero generale cittadino.

IL “PARTITO DEL GOLPE” Solo qualche giorno prima la bomba di Piazza della Loggia, il 9 maggio, i capi del Mar erano stati arrestati alla vigilia di un piano di attentati a tralicci, porti e aeroporti, previsto in diverse città, tra le altre, Roma, Genova e Firenze. Sullo sfondo l’intreccio tra l’anticomunismo “bianco” animato da Edgardo Sogno, con l’appoggio di settori delle Forze Armate, e l’eversione neofascista coagulatasi attorno ad Ordine nero, la nuova sigla nella quale erano confluite le principali organizzazioni terroristiche, da Avanguardia nazionale alle Sam (le Squadre d’azione Mussolini) Mesi prima il giudice padovano Giovanni Tamburino aveva scoperto le trame della cosiddetta “Rosa dei Venti”, dal simbolo utilizzato da una costellazione articolata di gruppi neofascisti identico a quello della Nato. Due giorni dopo la strage, il 30 maggio, alle 7 del mattino, a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, nel corso di una sparatoria, due guardie forestali e cinque carabinieri guidati dal maresciallo, nonché agente del Sid, Antonio Filippi, uccisero Giancarlo Esposti, 27 anni, uno dei principali esponenti di Ordine nero, il braccio armato del Mar, accampato in una radura. La dinamica del conflitto a fuoco non venne mai chiarita. Il corpo di Esposti fu ritrovato crivellato di colpi e finito con un colpo alla testa. Furono nell’occasione tratti in arresto Alessandro D’Intino e Alessandro Danieletti, di 21 e 20 anni, legati ad Avanguardia nazionale. Nella Land Rover un fucile di precisione Hammerling Mauser, calibro 7,62 Nato, due mitra, pistole, munizioni, una grossa quantità di esplosivo, tra cui 50 chilogrammi di Anfo, centinaia di detonatori. Nelle tasche di Esposti una tessera della Pide, la polizia politica portoghese appena sciolta dopo la “rivoluzione dei garofani”, una tessera da studente della Sorbona, un’agendina e due foto formato tessera di Cesare Ferri, notissimo neofascista milanese. Carlo Fumagalli, il capo del Mar, chiarirà che l’obiettivo era di arrivare a tentare un colpo di stato, con l’aiuto di nuclei terroristici. Teatro delle operazioni la Valtellina, ma anche il centro Italia. Il gruppo di Esposti si trovava in Abruzzo in attesa di un’azione che avrebbe dovuto fungere da detonatore per l’entrata in azione sua e di gruppi analoghi. Alessandro Danieletti confesserà che la prospettiva golpista si sarebbe dovuta attuare attraverso “una serie di attentati di gravità crescente”, di stragi indiscriminate in città diverse. Sosterrà anche che la missione del gruppo, di cui faceva parte, prevedeva un attentato a Roma, il 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica. Il commando si era mosso da Milano subito dopo l’arresto, il 9 maggio, di Carlo Fumagalli. Secondo D’Intino il piano originario, che prevedeva attentati a raffinerie, linee ferroviarie e dighe, sarebbe dovuto scattare proprio il 28. Colpire tra la folla per seminare il terrore rientrava nei piani dei settori golpisti delle Forze Armate e della destra eversiva, per precipitare il paese nell’abisso di una “guerra civile” o condurlo ad una svolta autoritaria. In quegli anni furono particolarmente presi di mira i treni. Solo sul tratto, di cento chilometri, che collega Arezzo, la città di Licio Gelli, a Bologna, tra il 21 aprile del 1974 e il 7 gennaio del 1975, si consumò una strage, quella del 4 agosto del 1974 con una bomba sul treno “Italicus” (12 morti e 44 feriti), mentre sei altri diversi tentativi andarono a vuoto per un nonnulla. Una linea “maledetta” ancora teatro, negli anni a venire, di spaventosi eccidi: il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre del 1984 sul rapido Napoli-Milano.

L’ULTIMA INCHIESTA Due le testimonianze principali che hanno accompagnato l’ultimo lavoro di indagine dei sostituti procuratori di Brescia Roberto Di Martino e Francesco Piantoni: quella di Carlo Digilio, l’ex-artificiere di Ordine nuovo, già alla base con i suoi racconti del procedimento su Piazza Fontana, e quella di Maurizio Tramonte. A fornire l’esplosivo sarebbe stato Delfo Zorzi. Marcello Soffiati, capocellula di Verona, deceduto anni fa, lo avrebbe trasportato. Lo stesso Digilio, in una tappa del percorso, si sarebbe occupato di mettere l’ordigno “in sicurezza”, impedendo che deflagrasse inavvertitamente lungo il tragitto. A Milano fu consegnato alle Sam di Giancarlo Esposti, materialmente incaricate di compiere la strage. Secondo Maurizio Tramonte fu invece Giovanni Melioli, il capo degli ordinovisti di Rovigo a collocare l’esplosivo. Per la cronaca, Melioli venne rinvenuto morto nel suo letto, nel gennaio del 1991, con mezzo chilo di cocaina sul comodino. Un racconto che se si discosta da quello di Carlo Digilio, si sofferma con dovizia di particolare sulle riunioni preparatorie, ma soprattutto sul ruolo di Carlo Maria Maggi, su quello degli esponenti del Mar di Carlo Fumagalli e di alcuni agenti dei servizi segreti, oltre che di Ermanno Buzzi, il neofascista bresciano condannato all’ergastolo nel primo processo. Ma di gran lunga l'elemento più interessante è un altro. Agli atti i magistrati allegheranno una fotografia scattata in Piazza della Loggia qualche istante prima lo scoppio della bomba. Confuso tra la folla, con un'attendibilità di riconoscimento, secondo i tecnici, molto alta, attorno al 92 per cento, lo stesso Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” del Sid. Una presenza che riporta alla mente la deposizione di una donna di mezza età, presente quel giorno al comizio, che testimoniò di aver occasionalmente sentito, pochi minuti prima della deflagrazione, cercando riparo dalla pioggia sotto i portici, un dialogo sussurrato fra due giovani. Uno disse all’altro: “Hai pronto la bomba?”. Li perse quasi subito di vista tra la folla.

martedì 26 maggio 2009

Roma. 28-29-30 Maggio - Contro il G8 su immigrazione e sicurezza. Intolleranti al razzismo


Per abbattere muri e frontiere. Per una cittadinanza globale
Nabruka Mimuni, questo è il nome della donna che si è tolta la vita nella notte tra il 6 e il 7 maggio nel lager di Ponte Galeria, alle porte di Roma. 227, le persone delle quali non conosciamo il nome né la sorte respinte verso la Libia nella stessa notte, inaugurando la linea dura del ministro Maroni sui respingimenti in mare. Inutile parlare di diritti umani inviolabili, illusorio appellarsi a una qualche convenzione internazionale, insufficiente erigersi a difesa della Costituzione italiana.Classi separate, autobus separati, medici spia, presidi spia, reato di clandestinità, sindaci sceriffo, “sicurezza partecipata”, esercito nelle strade, militarismo civico, checkpoint metropolitani: il mondo intorno a noi sembra evolversi rapidamente in un’escalation di razzismo e violenza istituzionale che mirano a stringere tutte e tutti noi nella morsa della paura, dello sfruttamento e del controllo. Il governo blinda il pacchetto sicurezza. Berlusconi non vuole un’Italia multietnica e lo spettro dell’apartheid si fa realtà.Le politiche razziste e securitarie sono pratiche di governo nella crisi economica. In assenza di politiche anticrisi l’unica risposta è la sicurezza che si traduce nella riduzione di libertà e diritti. Come fermare altrimenti le resistenze se non ingabbiando (preventivamente) la società, producendo separazione e odio razziale? Queste misure colpiscono in particolare i/le migranti ma riguardano tutt* e puntano a dividere e a rompere i rapporti di solidarietà tra le persone, alimentando la paura e rendendo tutt* più ricattabili.Ma il futuro non è scritto. Le rivolte nei centri di detenzione per migranti (CIE), da Lampedusa a Torino, da Milano a Ponte Galeria, accendono un fuoco di speranza e libertà.Le voci e le mobilitazioni contro il pacchetto sicurezza gridano che sono molt* a sfidare la paura.Le lotte sociali non si fermano, anzi si moltiplicano.È urgente nelle prossime settimane moltiplicare azioni e manifestazioni per rendere visibile l’indignazione e la rabbia nei confronti di un governo sempre più razzista.Il 23 maggio a Milano ci sarà un’importante manifestazione nazionale della campagna "Da che parte stare", contro la crisi, contro il razzismo e per i diritti dei migranti.Tra il 28 e il 30 maggio si terrà a Roma il G8 dei ministri della giustizia e degli interni, che discuteranno di sicurezza, crisi e immigrazione. A presiederlo sarà il ministro razzista Roberto Maroni. Saranno in 8, solo in 8. Vorrebbero gestire la crisi sulla nostra pelle, laddove la politica economica non offre soluzioni, laddove il capitalismo traballa, laddove la crisi è globale e non conosce frontiere, la loro risposta è approfondire le differenze, contenere chi si ribella e chi lotta per la propria dignità.E’ arrivato il momento di far convergere le nostre lotte, le lotte dei migranti, degli studenti, di lavoratori e lavoratrici precar* che si ribellano a un mondo fatto di sbarramenti e frontiere, di muri e razzismo feroce. Queste lotte stanno costruendo una rete di resistenze alla crisi, al pacchetto sicurezza e al G8 di fine maggio, che intende ratificare provvedimenti già operativi da tempo. Sui nostri corpi, sulle nostre vite, contro i nostri diritti.Per questo facciamo appello a costruire una settimana di mobilitazioni che dal 23 maggio a Milano passi per due giornate di azione decentrata il 28 e 29 maggio e per la manifestazione globale di Roma del 30 maggio.Per contestare le politiche razziste e liberticide del governo del mondo, laddove il razzismo non guarda solo al colore della pelle, ma vuole colpire trasversalmente tutt* coloro che reclamano diritti, reddito, casa, cittadinanza, libertà di movimento.Contro il pacchetto sicurezza e le leggi razzistePer la chiusura dei CIE in Italia, in Europa e in tutto il mediterraneoL’unica sicurezza che vogliamo è la libertàContro frontiere e muri, per la libertà di movimentoSiamo tutt* clandestin*, la cittadinanza che vogliamo è globale

Giovedì 28 e Venerdì 29, Giornate di azioni decentrate.

Sabato 30, Manifestazione globale contro il G8, RomaVerso la mobilitazione contro il g8 di luglio. Noi la crisi non la paghiamo!Rete noG8 - Roma

venerdì 22 maggio 2009

Rassegna cinematografica

Venerdì 22 Maggio_Ore 21.30
Centro di Documentazione Popolare_Orvieto
Via Magalotti, 20

"Il cacciatore di teste"
di Costantin Costa Gavras

Nella società del benessere del quadro aziendale, il lavoro equivale al mantenimento della villetta con giardino e alla possibilità di cambiare automobile ogni due anni. Ma sempre su un crinale rischioso. Affettivamente, perché per troppo impegno o lunga disoccupazione del coniuge c'è l'eventualità che le mogli tradiscano o lascino. Professionalmente, perché pur capaci, produttivi, ossequiosi e con sorriso obbligatorio, ciò potrebbe non bastare. Infatti, ricevuto un premio per 15 anni di servizio, Bruno (un Josè Garcia perfetto nevrotico, poi schizofrenico e paranoico) viene licenziato. In nome di ristrutturazione, fusione e delocalizzazione. Se per un breve periodo uno stacco funziona da ricostituente, alla lunga però distrugge tutto. Si diventa "obsoleti", e di seguito aggressivi e asociali. Prima si era una tribù, poi gli altri diventano rivali. Anche se il vero nemico sono azionisti e direttori, e nella consapevolezza che "dovremmo combattere insieme invece di scannarci: quelli sopra ridono, anzi non ci vedono nemmeno", dopo tre anni senza trovare lavoro la guerra si scatena contro chi vive una situazione identica alla propria, in quanto pericoloso concorrente. E in guerra il fine giustifica i mezzi, si perde il cuore ed eliminare l'avversario è come fare zapping.
In un contesto da incubo, sentiamo ripetere che i tempi sono duri. Ci sono file per il sussidio, blocchi stradali in difesa del salario, suicidi o folli pensieri di selezione sociale, il crimine "unico settore in pieno sviluppo", TV violenta e volgare, cartelloni pubblicitari di vetture e donne semi-nude.
Co-sceneggiatore a partire dal romanzo "the ax" di Donald Westlake, un caustico Costantin Costa-Gavras nel dirigere il suo sedicesimo film recupera la veemenza del primo e migliore periodo (dove troviamo "Z - L'orgia del potere", "L'affare della sezione speciale" e soprattutto "L'amerikano"). Colpendo con un sorriso angosciato.
La frase: "Ciascuno per sé e nessun dio per tutti".
Federico Raponi ( da Filmup)

giovedì 21 maggio 2009

La sicurezza mancata sui luoghi di lavoro e la sicurezza usata come arma contro gli immigrati

Il Centro di Documentazione popolare e il Comitato cittadino Antifascista sono lieti di invitare tutti alla Festa popolare del 1° maggio che si terrà dalle 10.30 del mattino fino alle 18.30 del pomeriggio presso i giardinetti di Orvieto Scalo (di fronte alla COOP).
Nell'arco della giornata saranno organizzati giochi di gruppo per adulti e bambini, per i più piccoli spettacolini di intrattenimento... il tutto condito da un po' di buona musica.
Giornata di festa ma che non deve far dimenticare la tragedia delle morti e degli incidenti sul posto di lavoro, una sorta di bollettino di guerra mensile e che solo lo scorso anno, secondo recenti stime INAIL (ancora provvisorie peraltro), ha causato il decesso di 1.140 persone e il ferimento di altri 874.866 lavoratori.
Stime ufficiali si diceva, che dunque non tengono conto del sommerso.
Solo a gennaio 2009 le cosiddette “morti bianche” sarebbero state 41.
Uno stillicidio continuo e che il Governo non sembra intenzionato a contenere tramite l'immediata attuazione del Testo Unico sulla sicurezza.
Un dato, poi che il più delle volte sfugge è che buona parte di questi “omicidi” è a danno di immigrati giunti sul suolo italiano per lavorare. Nel 2007, stando sempre ai dati INAIL, gli infortuni sul lavoro a carico di stranieri sono aumentati dell’8,7%: 140.579 le denunce e 174 i casi mortali nell’anno.
Anche in questo caso non sono contemplati gli incidenti avvenuti in condizioni di “lavoro nero”. Infatti secondo le stime della CGIL i lavoratori stranieri impiegati senza contratto sarebbero invece circa un milione.
Per loro, per agevolare la loro integrazione, il Governo ha approntato un Pacchetto di misure restrittive, noto come “Pacchetto sicurezza”, già passato all'esame del Senato e che prevede tra le tante norme controverse, la costituzione delle ronde cittadine e il prolungamento dei tempi di permanenza nei CIE fino a 6 mesi, questo nonostante le due norme fossero state stralciate nel precedente decreto.
Alla base lo stesso concetto, quello della sicurezza, ma declinato in tempi e modi molto differenti: Maroni è intenzionato a chiedere la fiducia per il suo pacchetto anti-immigrazione già la prossima settimana, mentre il Testo Unico sulla sicurezza sui luoghi di lavoro è fermo da un anno in attesa dei decreti attuativi e di ulteriori modifiche ( peggiorative) proposte dal Governo attuale, senza i quali la legge non può entrare in vigore. I tempi potrebbero slittare fino ad agosto...
L'evidenza infine è sotto gli occhi di tutti: un'analoga mancanza di rispetto per la vita umana e per i diritti fondamentali... sia che si parli di un lavoratore italiano sia che si tratti di un immigrato!

COMITATO CITTADINO ANTIFASCISTA